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Fratelli e sorelle

in onda Lunedì 28 maggio e lunedì 4 giugno 2012 alle 23.00

Storie di carcere
Regia di Barbara Cupisti

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Lunedì 28 maggio e lunedì 4 giugno seconda serata RAI3

 

Il documentario, in due parti di 50’ ciascuna, affronta il tema della vita nelle carceri italiane attraverso le voci dei protagonisti, siano essi detenuti o agenti della polizia o funzionari  dell’amministrazione penitenziaria.


Prima parte, lunedì 28 maggio ore 23.00 RAI3

 

La prima parte si concentra sulle criticità, sui problemi più macroscopici   di carceri sovraffollate, in cui la mancanza di spazio ingenera tensioni e malesseri sia per i detenuti che per gli agenti, che con loro condividono buona parte della giornata o il problema dei tossicodipendenti, costretti a transitare per il carcere prima di essere ricoverati in una comunità che li curi.

 

Il problema delle carceri in Italia è stato definito dal Presidente della Repubblica “ questione di prepotente urgenza civile e costituzionale” per la lentezza dei processi, infatti il 43% circa dei detenuti è in attesa di giudizio e di questi solo il 50% viene condannato, per il sovraffollamento delle celle, su circa 67.000 detenuti presenti la capienza regolamentare è di solo 47.000 circa, l’attuale organico di polizia penitenziaria è carente di circa 7.000 unità. Queste alcune delle cifre che quantificano l’emergenza carceri. Inoltre la forte percentuale della presenza di stranieri, di giovani e di tossicodipendenti è la cartina di tornasole dell’utilizzazione delle carceri come discarica del disagio sociale.

 

Enrico Sbriglia, direttore del carcere di Trieste, ci spiega come per dei reati “bagatellari”, il furto ripetuto di una cioccolata o di un pezzo di parmigiano, si possono assommare periodi di detenzione che costano allo stato cifre completamente sproporzionate; infatti un mese di carcere per un  detenuto costa al contribuente circa seimila euro e magari per un pezzo di parmigiano che non costa neanche 10 euro vengono comminati 6 mesi di detenzione con un costo di 36.000 euro.

 

Il carcere è rappresentato nell’immaginario collettivo come una fortezza invalicabile, con grandi mura di cinta, torri di avvistamento, enormi e pesanti cancelli, quasi non fossero passati circa duecento anni dalle memorie di Silvio Pellico e dal suo Spielberg. E’ un luogo separato, in cui non si può entrare né uscire. Tutti sono convinti di non dovervi mai entrare, di non potere mai delinquere ed è molto rassicurante che chi delinque stia ben chiuso lì dentro e non possa uscirne.

 

Ma non è così. Se si varca questa soglia ci si accorge invece di come sia diversa la situazione e di quanto fragile sia il confine tra chi sta dentro e chi sta fuori, di come sia facile scivolare nell’illegalità.

 

Siamo entrati nelle carceri di Torino, di Milano, di Padova, di Trieste, di Trento, di Roma-Rebibbia, di Napoli-Poggioreale, di Secondigliano, di Pozzuoli, di Terni e ci siamo messi ad ascoltare le storie di tanti.

 

Lo spirito di questo progetto è proprio quello di uscire dalla logica dei numeri, che pur forniamo per dare le dimensioni del problema , e di volgere l’attenzione alle intelligenze, alle capacità, all’umanità che nel carcere alberga. E nel dramma corale che vivono queste persone giganteggia la tragedia dei bambini al di sotto dei tre anni che vivono in carcere con le madri, reclusi innocenti su cui aleggia, allo scadere del terzo anno, il lutto insanabile della separazione dalla madre.


Seconda parte, lunedì 4 giugno

 

C’è una sorta di pudore nel parlare del carcere, confessa il direttore del carcere di Torino Pietro Buffa”perché si amministra la sofferenza”.

 

E’ il pudore che coglie chi ascolta i racconti di emozioni, speranze, delusioni e paure. Siamo entrati nelle celle, abbiamo bevuto insieme il caffè e abbiamo ascoltato, ascoltato col cuore.

 

La seconda parte di Fratelli e sorelle, perché come tali ci siamo sentiti di rappresentare le persone che abbiamo incontrato, è dedicata al racconto di quelle esperienze che cercano di porre in pratica il dettato della Costituzione (articolo 27 comma 3) “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

 

Il carcere non può e non deve essere solo un luogo di reclusione e di pena ma deve tendere alla rieducazione del detenuto e creare le condizioni di un suo possibile reinserimento sociale. A questo puntano tutta una serie di attività che abbiamo incontrato nel nostro viaggio all’interno delle carceri italiane.

 

Sono progetti in cui sono coinvolti detenuti, educatori, agenti penitenziari e, nella cronica penuria di risorse economiche, è la creatività e il consenso che pilotano le iniziative.

 

Il percorso rieducativo passa attraverso il lavoro, lo studio e la presa di coscienza del proprio ruolo sociale, ma nella totalità delle carceri è impossibile creare un’attività lavorativa per tutti i detenuti e anche studiare diventa molto difficile in una cella sovraffollata, come ci confessa un detenuto di Padova, che in quel carcere ha invece trovato condizioni favorevoli e è ora prossimo alla laurea; ma una volta uscito cosa succederà, potrà trovare un lavoro, un potrà reinserirsi nella società?

 

Spesso succede che, scontata la pena, si ritorni in carcere per gli stessi problemi di disagio sociale.

 

Il racconto dei protagonisti della vita carceraria è un potente strumento di penetrazione nella loro realtà: con loro  nelle celle, nei corridoi dei bracci,nei cortili dell’aria, nei laboratori  dove svolgono attività artigianali, si rimane colpiti da tante capacità e da tanta creatività. Ma accanto a tutto questo tanta sofferenza, il sacrificio della libertà, la lontananza dalle famiglie, dai figli.

 

Una produzione Clippermedia con la collaborazione di Raicinema e Raiteche
Soggetto e sceneggiatura di Barbara Cupisti
con la collaborazione di Patrizia Todaro
Montaggio di Erika Manoni
Fotografia di Sandro Bartolozzi
Organizzazione Natascia Palmieri
Suono in presa diretta Stefano Civitenga

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